Abstract.
Nel
1958, con il lancio sul mercato della M2 (quantunque i primi 200 modelli
risalgono al 1957), è nata una divisione tra i leichisti in merito a quale
fosse la migliore Leica M, se la M2 o M3. Con questo scritto si cercherà di
dare una risposta il più possibile equilibrata, ma soprattutto argomentata.
Premessa
n. 1. Le fotografie non sono fatte con le fotocamere, ma con gli occhi, il
cuore ed il cervello. Il cervello viene per ultimo. E comunque tra una buona
lente ed una buona fotocamera, è più importante la lente.
Premessa
n. 2. Lo scrivente possiede una M2.
Come
nel cristianesimo esiste la summa divisio tra cattolici ed i riformatori (protestanti); come l’Islam è
diviso tra sciiti e sunniti; idem tra i leichisti ci si accapiglia tra chi
ritiene che la M3 sia la vetta della perfezione, e chi preferisce la M2.
A
titolo di esempio si indicheranno due saggi scritta, il primo da un fanatico
della M3 (link) e l’altro da un fanatico della M2 (link).
Se
il fanatismo non è un valore in religione, men che meno lo è nel campo
fotografico, soprattutto non può esserlo tra chi le foto le scatta sul serio, e
non discetta di teologia fotografica. Tanto più che la premessa n. 1 rende
questa disputa di infima importanza.
Tuttavia
chi si accosta alla fotografia analogica pone una domanda molto semplice: in
cosa si differenzia la M2 rispetto alla M3?
La
domanda è legittima e scontata, dal momento che le due fotocamere vennero
vendute contemporaneamente, quasi per lo stesso arco di tempo, e che ovviamente
esse si toglievano clienti a vicenda.
La
Leitz per prima ha la colpa di non aver formato i propri dealer, per renderli
in grado di dare una risposta chiara.
Negli
opuscoli dell’epoca si legge: “la M2 è complementare e per nulla inferiore alla
M3”. Frase che non spiega nulla e che è contraddetta da quanto si legge nello
stesso opuscolo a proposito della M3: “La versione a vertice della gamma
Leica”. La M3 è al vertice, ma la M2 non è inferiore. Decisamente oscuro.
I
dealer, lasciati soli, inizialmente avranno risposto ai clienti tenendosi sul
vago, ossia elencando le differenze tra i due modelli (in primo luogo il mirino
con ingrandimento maggiore della M3, ma privo della cornicetta da 35mm;
viceversa per la M2), ma poi, messi alle strette dal potenziale acquirente, al
quale non era chiaro né il motivo della coesistenza dei due modelli, né la
significativa differenza di prezzo, i dealer avranno ceduto alla tentazione di
fornire la spiegazione più facile: “la M2 è la versione più economica della
M3”; correggendo subito tale asserzione aggiungendo che, “tuttavia, la perdita
di qualità della M2 era molto piccola e nettamente inferiore alla differenza di
prezzo”; per cui, se si cercava la Leica M con migliore rapporto
qualità/prezzo, la M2 era l’ideale. Se invece si cercava il top della qualità,
senza badare a spese, allora la M3 era la scelta giusta.
Attraverso
questa strada si è diffuso il luogo comune secondo il quale la Leitz introdusse
il telemetro economico della M2 per risparmiare sui costi; e poter offrire in
tal modo una Leica M di un gradino più in basso, a chi non poteva permettersi
il modello top della M3.
Questa
affermazione è palesemente errata, e lo comprende chiunque, anche chi è digiuno
di fotografia, semplicemente usando il buon senso.
In
primo luogo sarebbe contro ogni più elementare nozione di marketing, immettere
sul mercato, contemporaneamente, due distinti modelli con lo stesso marchio,
praticamente identici salvo pochi dettagli (di cui uno solo, il telemetro,
veramente importante). Essi finirebbero inevitabilmente per farsi concorrenza a
vicenda, ingegnerebbero confusione ed incertezze nel clienti fidelizzati al
marchio commerciale e soprattutto verrebbero aumentati i costi di
progettazione, produzione e distribuzione, con un impercettibile aumento di
vendite. Una strategia commerciale in perdita. Al contrario, il produttore ha
interesse ad avere un solo (o meglio, uno solo per volta) modello proprio in
ciascun settore merceologico, da promuovere senza incertezze per farlo
competere con successo contro i modelli della concorrenza nel medesimo settore.
In
secondo luogo, la vulgata di cui sopra non spiega affatto una bizzarria: quando
la M2 uscì di produzione (1967) venne sostituita dalla M4 (medesimo telemetro);
alla quale successe la M5 e poi M6, la M7 sino alle odierne digitali M8, M9,
M10. Tutte con il telemetro della M2 e pertanto discendenti della M2 e non
della M3. Di contro la M3 non ha mai avuto eredi. Quando uscì di produzione
(1966) non venne rimpiazzata con un altro modello con il medesimo telemetro (§). Alcuni sostengono che la M4 fu
l’erede di entrambe: M2 ed M3. Affermazione sicuramente errata, perché la M4 ha
il telemetro della M2, e, anche se adotta il contapose del tipo interno (come
la M3), ciò ovviamente non è sufficiente per considerarla l’erede della M3.
Sarebbe riduttivo per la M3, ed offensivo per la intelligenza di chi la usa,
ridurre la specificità della M3 al suo contapose, accessorio di infima
importanza in una fotocamera.
Per
comprendere la vera differenza tra la M2 e la M3 occorre partire da questo dato
oggettivo: il telemetro della M3 è più complesso, più luminoso, con base
telemetrica più lunga (e dunque più preciso) e più costoso, non solo di quello
della M2, ma anche di tutte le altre Leica M costruite. La M3 fu la prima M a
nascere, ed è poi rimasta una stella solitaria, che sta distinta rispetto a
tutte le altre Leica M. Non ha mai avuto eredi. Uscita di produzione la M3
(1966) Leitz non ha più montato quel telemetro su nessun altra Leica, salvo la
coeva MP (1956-1957, 449 pezzi prodotti), che era una M3 speciale, e della
quale parleremo a lungo per la sua fondamentale importanza.
Questo
dovrebbe essere motivo di orgoglio per il proprietario di una M3, il 1quale
però dovrebbe anche cercare una risposta convincente alla domanda: perché? Se
la M3 fosse stata veramente il top della gamma Leica e la M2 fosse un gradino
sotto; perché non ci sono state una M5, top gamma, erede della M3 ed una M4
erede della M2?
Perché
Leitz non ha mai più montato il mirino della M3 su nessuna Leica successiva ed
ha invece gettato quel telemetro, indubbiamente migliore, alle ortiche? La
prima risposta che viene alla mente probabilmente potrebbe essere: “il volume
delle vendite non era tale da giustificare i costi di produzione”.
Non
è così. La M3 fu la fotocamera Leica modello M più venduta di qualsiasi altro modello
M. Non solo. La M3 pur essendo offerta sul mercato contemporaneamente alla M2,
vendette il triplo rispetto alle M2; quantunque le M3 fossero decisamente più
care (nel 1962 +16% rispetto alla M2 con self timer e +29% rispetto alla M2
senza self timer). Se le M2 fossero state le Leica M di chi non aveva i soldi
per una M3, il numero di M2 vendute avrebbe dovuto essere maggiore e non minore
rispetto alle M3.
Qualcuno
potrebbe sostenere che Leitz, effettivamente, concepì le M2 come delle M3 di
serie B confidando che ne avrebbe vendute in numero maggiore rispetto a quella;
tuttavia sbagliò clamorosamente le proprie previsioni. Probabilmente perché, il
consumatore fidelizzato al marchio Leitz, una volta deciso all’acquisto della
Leica M, non era il tipo di consumatore da fermarsi ad un passo dalla cima:
avrebbe affrontato un ulteriore (notevole) esborso economico pur di assicurarsi
il modello top della gamma.
Se
questa ipotesi fosse vera, allora Leitz avrebbe gravemente errato
nell’introdurre la M2, e soprattutto introdurla contemporaneamente alla M3.
Questo tuttavia non spiegherebbe tre circostanze: 1) la M2 venne
commercializzata per ben 11 anni. Se fosse stato un errore il suo lancio, la
produzione sarebbe cessata prima; 2) la M2 è il terzo modello M più venduto di
sempre (dopo la M3 e la M4, la quale ultima tuttavia non aveva una concorrente
interna come accadde ad M3 ed M2); 3) la M4, M5, M6 ecc. adottarono tutte il
telemetro della M2. Se la M2 fosse stato un errore, avrebbero dovuto adottare
piuttosto il telemetro della M3.
Dunque
anche questa ipotesi è da scartare.
Siamo
arrivati ad alcune conclusioni: la M2 non era la M3 dei poveri; e la M2, non
solo non fu un errore commerciale, ma fu la vera capostipite della famiglia
delle Leica M.
Ora
si tratta di passare dalla pars destruens a quella costruens:
abbiamo detto cosa non era la M2, dobbiamo cercare di dire cosa fosse.
A
ben vedere, il vero mistero non è capire cosa fosse la M2, bensì cosa fosse la
M3, perché è la M3 il vero mistero: la stella solitaria che non ha eredi, la
camera con il miglior telemetro, che venne inventato per primo (non fu dunque
la evoluzione di un altro), ma che però non venne mai più usato
successivamente, per nessun’altra Leica M. Questa è la vera domanda in
confronto alla quale, tutte le dispute sulla Leica M2 ed M3, diventano piccine:
se veramente il telemetro della M3 era il miglior telemetro del mondo, perché
non venne mai più usato da Leitz per le altre Leica M?
Non
ho una vera risposta per questa domanda, ma ne ipotizzo una che esporrò quando
tratterò dei telemetri e che in questa sede sintetizzo: i ricchi non sanno
apprezzare le qualità tecniche; i professionisti invece sanno molto bene quello
che risponde alle loro esigenze pratiche quotidiane e non importa se questo significa
sacrificare l’eccellenza. Alla fine i ricchi sono dovuti scendere sul terreno
dei professionisti.
Molti
non concorderanno, pertanto sono costretto ad occuparmi della disputa piccina
relativa a quale sia la migliore Leica M: la M2 o la M3.
Contemporaneamente
risponderò pure all’altra domanda, che in pochi si pongono: perché Leitz
intraprese la strada, apparentemente suicida, di vendere contemporaneamente la
M2 e la M3?
Anticiperò
in questa sede la risposta che ho trovato, spiegando successivamente il motivo
per il quale sono arrivato a questa conclusione.
La
mia tesi è che la M2 si rivolgeva ad una utenza diversa e meno numerosa
rispetto a quella della M3.
Sintetizzando
in slogan la mia tesi potrei dire che:
La M3 è la Leica della Regina; la M2 la Leica del
fotografo della Regina.
Motivazione.
Intanto
un poco di numeri oggettivi.
Produzione
M2: 1957 (#926001) – 1967 (#1165000) (11 anni)
Totale
85.200 pezzi (poco più di 1/3 rispetto alle M3). Secondo una diversa fonte i
pezzi totali sarebbero 93.221 (leggi M2-R)
Produzione
M3: 1954 (#700000) – 1966 (#1164865) (13 anni)
Totale
226.178 pezzi
Ad
opinione di chi scrive, non si può iniziare a parlare di M2 senza studiare la
Leica MP (1956-1957); al punto che si può sostenere con fondamento che la M2
sia la discendente diretta della MP. Più precisamente la MP (solo 449 pezzi
prodotti esclusivamente per una clientela selezionatissima di grandi fotografi
professionisti) è da considerarsi una sorta di “null serie”, ossia un prototipo
sperimentale, della M2. Occorre ricordare che la MP non è altro che una M3
modificata secondo i desideri di pochi fotografi professionisti di punta. La MP
è una variante della M3 (perché aveva il telemetro e l’aspetto esteriore della
M3); e la M2 è sicuramente la discendente diretta della MP (per i motivi che
saranno esposti); tuttavia è fuorviante far discendere da queste premesse che
la MP sia l’anello che congiunge la evoluzione della M3 in M2. Non lo è perché
la M2 non è assolutamente la evoluzione della M3. La M3 e la M2 sono le
capostipiti di due diverse linee di evoluzione. In realtà la M3 non ha mai
avuto una erede, quando la produzione si estinse (1966) nessuna Leica M prese
il suo posto. Al contrario la linea genealogica della M2 ha portato alla M4,
M5, M6 ecc sino alle attuali digitali. La MP non è l’erede della M3, bensì è
una M3 modificata. A propria volta la MP ha anticipato (o meglio: incubato)
tutte, nessuna esclusa, le caratteristiche della M2, per cui può sostenersi che
la M2 non è altro che una MP disponibile per il pubblico. A ben vedere, come ci
fu una null serie che
precedette la Leica I (1925) e come ci fu una null serie che precedette la M3 (1954) la MP può
definirsi la null serie
che precedette la Leica M2 (1957). Solo queste tre fotocamere Leica ebbero
l’onore di essere precedute da una null serie.
Vediamo
quindi le differenze tra la M3 e la M2 considerando il momento di passaggio
attraverso la MP
1)
Telemetro e
cornicette. La M3 aveva un
mirino rimasto un unicum
nella serie M: ingrandimento 0.91X, base telemetrica (effettiva) di 63,71 mm e
cornicette 50, 90 e 135 mm. La MP aveva, di serie, lo stesso telemetro della M3
ed è proprio per questa caratteristica che la MP viene considerata una variante
della M3. Tuttavia si dimenticano due circostanze di massima importanza. A)
Alcune MP portavano incisa la scritta SP perché avevano una caratteristica rivoluzionaria: un telemetro
di tipo completamente diverso, per ospitare le cornicette 35, 50 e 90 mm,
sacrificando ovviamente l’ingrandimento, sceso a .72X e la base telemetria
effettiva a 49,86 mm (-21% rispetto alla M3). La M2 adotta appunto questo
ultimo tipo di telemetro della SP. Il telemetro “economico” della M2 (come
viene sprezzantemente definito dai fanatici della M3) NON debutta quindi con la
M2, bensì un anno prima, nel 1956, con la molto esclusiva MP, per espressa
volontà dei fotografi professionisti. Volontà manifestata anche in altro modo:
molti professionisti possessori della MP con il nobile telemetro della M3
(.91X), rimandarono la loro MP in fabbrica affinché fosse sostituito con il
telemetro plebeo della (non ancora nata) M2 (.72X). Per la maggioranza dei
fotografi professionisti infatti, la cornicetta del 35 mm valeva, da sola, lo
svantaggio di un ingrandimento (ovviamente) inferiore. Il telemetro con ingrandimento
.72X e cornice del 35 mm, sicuramente costava meno di quello della M3, ma esso
non venne introdotto da Leitz per risparmiare. Venne introdotto per volontà dei
fotografi professionisti i quali, occorre tenerlo a mente, costituiscono una
fetta molto importante di clienti Leica M. Se i clienti più numerosi sono
infatti i ricchi, tuttavia subito dopo si piazzano i professionisti. Inoltre i
professionisti, al contrario dei ricchi, acquistano anche i costosissimi
accessori e molte ottiche, inoltre sostituiscono più volte la loro Leica con un
modello più recente. I professionisti sono inferiori di numero rispetto alla
clientela ricca, ma spendono molto di più di quella in attrezzatura
fotografica. Non a caso Leitz non ha mai più usato il nobile telemetro della M3
(.91X) per nessun’altra fotocamera M; nemmeno dopo la uscita di produzione
della M3 (1966). Perché Leitz non lo ha montato sulla M4 o M5 o M6 ecc.?
Quantomeno avrebbe potuto affiancare una M4 Plus alla plebea M4 con telemetro
della M2. O una M5 Gold, o M6 Premium, o una M7 King alle rispettive versioni
plebee. Leitz ha usato il telemetro dei sogni solo sulla M3. I fanatici della
M3 evitano di porsi questa domanda: se il telemetro della M3 è veramente il
Paradiso in terra, come mai Leitz non lo ha mai più usato? Deve esserci un
motivo sensato. Io lo individuo in ciò: per la clientela dei ricchi, la M3
basta ed avanza. Non a caso la M3 è stata di gran lunga la Leica M più venduta
(235.258 pezzi, il 25% della produzione totale). Ciò non può stupire, perché i
clienti più numerosi di Leitz sono i ricchi, i quali hanno potuto acquistare
una M3 nuova per ben 13 anni (1954-1966). Dopo il 1966 i ricchi hanno dovuto
scegliere: o abbassarsi ad acquistare una Leica M plebea pensata per i
professionisti; oppure rivolgersi all’usato, oppure emigrare verso altre
marche. Leitz ha scommesso sulla prima ipotesi e che, in fondo, il pubblico dei
ricchi fotografi saltuari, non fosse in grado di apprezzare la differenza tra
il telemetro della M3 e quello della M2. Leitz scommise che il ricco avrebbe
continuato ad acquistare il marchio Leica, status simbol di per sé; e che comunque, tentare di
trattenere i pochi clienti ricchi emigrati verso altri marchi perché delusi per
l’abbandono del telemetro M3, non valesse giustificasse i costi. I ricchi
infatti sono numerosi, ma spendono poco in fotocamere (si limitano ad un corpo
macchina ed una lente per tutta la vita). A ciò si aggiunga il risparmio di
stress derivante dalla gestione contemporanea di due modelli Leica M (uno per i
ricchi e l’altro per i fotografi professionisti), così come era avvenuto per la
M2 e M3. La M4 venne spacciata come erede di ambo i modelli, ma in realtà era
erede della sola M2, con lo specchietto per le allodole del contapose interno
della M3, al solo fine di fornire ai dealer Leica qualche appiglio per poter
far credere ai clienti ricchi che la M4 fosse una evoluzione della loro amata
M3 e che fosse oramai ora di cambiare (in peggio, dal punto di vista della
clientela dei ricchi).
2)
Autoscatto. Sempre presente nelle M3. Assente invece
nella MP, ma alcune di esse vennero inviate indietro in fabbrica affinché
venisse montato. Assente sulle prime M2, ma successivamente (1958 #949101)
venne introdotto su richiesta, poi fornito di serie saltuariamente (1960 #1004151)
ed infine di serie su tutta la produzione, ma lasciando la possibilità al
cliente di chiedere una versione che ne fosse priva.
3)
Contapose
esterno e da azzerare manualmente.
La M3 aveva il noto contapose interno, visibile attraverso una finestrella, il quale
si azzerava automaticamente quando veniva estratto il rocchetto ricevente
(quindi non era sufficiente l’apertura del fondello inferiore o l’apertura
dello sportello posteriore, men che meno il cambio del rullino, per azzerare il
contapose). Questo tipo di contapose si ritroverà nella M4, ma non nella MP ed
M2, le quali montano un contapose esterno che deve essere azzerato manualmente.
Molti ritengono che il contapose esterno sia una soluzione economica, adottata
per la prima volta nella M2, per risparmiare sui costi del contapose interno
della M3. La prova quindi del fatto che la M2 sia la versione economica della
M3. Affermazione priva di fondamento. L’adozione del contapose esterno nella MP
smentisce questa tesi. Il contapose esterno fu voluto dai fotografi
professionisti per un preciso motivo pratico; la economia di produzione non
c’entra. Il motivo è presto detto: i fotografi professionisti scattano molti
più rullini rispetto a qualsiasi altra categoria di fotografi. Il cambio
pellicola deve essere rapido, e soprattutto pratico. Chi fotografa per
professione non ha né il tempo, né la comodità per seguire le istruzioni di
montaggio della pellicola che si leggono sul manuale utente della Leica M3:
togliere il fondello inferiore, sollevare lo sportello posteriore, estrarre il
rocchetto ricevente (azione che azzera automaticamente il contapose), infilare
la pellicola nel rocchetto, inserire in sede, contemporaneamente, sia il
rullino che il rocchetto, chiudere lo sportello posteriore, e poi il fondello inferiore.
Il fotografo professionista non può gingillarsi con un rullino ed un rocchetto,
fuori del corpo macchina, uniti tra loro da una coda di pellicola di 10 cm, il
tutto da infilare nel corpo macchina. Per questo i fotografi professionisti
hanno sviluppato una tecnica alternativa rispetto a quella ortodossa:
approfittando della presenza dello sportello posteriore, essi infilano il
rullino nella camera lasciando in sede il rocchetto ricevente; poi estraggono
10 cm di pellicola e la infilano nel rocchetto ricevente; fanno avanzare la
pellicola, si accertano che il rullo dentato abbia agganciato correttamente i
fori della pellicola, e poi chiudono sportello e fondello inferiore. Questa
tecnica è molto più pratica e previene il rischio di perdere il rocchetto
ricevente, far cadere dalle mani il rullino, esporre la pellicola. Usando la
tecnica alternativa dei professionisti, tuttavia, l’azzeramento automatico del
contapose (il quale richiede necessariamente la estrazione del rocchetto)
diviene, non solo inutilizzabile, ma anche un vero e proprio impaccio, perché
se non viene estratto il rullino non solo si perde l’automatismo
dell’azzeramento, ma non è previsto nemmeno l’azzeramento manuale alternativo.
Più in generale i fotografi professionisti detestano tutto quanto è automatico
in una fotocamera (soprattutto se non è prevista l’opzione alternativa
dell’azione manuale), perché, se l’automatismo è un ausilio per il fotografo
dilettante che scatta tre rullini l’anno e che dimentica le procedure; esso
invece è inevitabilmente una limitazione per chi scatta quattro rullini al
giorno, perché gli impedisce di scegliere soluzioni dettatate dalle proprie
esigenze (ad esempio segnare un numero di esposizioni superiori al reale, per
regolarsi meglio e creare una “riserva di pellicola”). E’ significativo il
fatto che alcune MP vennero inviate indietro in fabbrica affinché fosse montato
l’autoscatto, ma nessun fotografo professionista abbia chiesto di sostituire
l’economico contapose esterno, con il contapose interno della M3. Il contapose,
più di qualsiasi altra differenza tra M2 ed M3, traccia un solco tra ciò che è
desiderabile per il ricco che scatta qualche foto, e per il fotografo
professionista.
4)
Single
stroke. Le prime M3 erano,
come noto, “double stroke”. Per caricare l’otturatore e far avanzare la
pellicola occorreva azionare due volte la leva di avanzamento pellicola. Tale
soluzione, in effetti stressa meno i meccanismi e ne assicura maggiore durata.
Il doppio colpo sarà anche adatto alla fotografia meditativa, ma la mancanza di
praticità appare evidente. Molti utenti M3 chiesero la modifica in fabbrica per
passare dal double stroke
al single stroke.
Successivamente (1958 da #919251) Leitz adottò il single stroke di serie per tutte le M3 (e nessuno
rimpianse il colpo doppio). Le MP nacquero nel 1956, in piena era double
stroke, per cui non stupisce
che, inizialmente, tutte le MP fossero double stroke, tuttavia molte furono inviate indietro per
essere modificate in single stroke.
Punto essenziale. Questa modifica non venne inizialmente pensata da Leitz, ma
fu voluta direttamente dai grandi fotografi. Considerando che la M2, dalla
nascita (1957), adottò il single stroke, si può a ragione concludere che, per questo aspetto la M2 sia
un miglioramento sia della M3 che della MP.
5)
Manual frame selector. Ovvero la possibilità di selezionare
manualmente le cornicette nel mirino, a prescindere dall’ottica montata. Le
primissime M3 non avevano questa possibilità; essa venne introdotta l’anno
successivo al debutto (1955 #785891). Le MP e le M2 hanno questa facoltà da
sempre.
6)
Piastra
pressa pellicola in metallo.
Le prime M3 lo avevano in vetro; il passaggio al metallo è di tre anni dopo il
debutto (1957 #844001). Le MP e le M2 la hanno in metallo da sempre.
7)
Tempi in
progressione matematica. Le
prime M3 conservavano la tradizionale progressione delle Leica a vite
(risalente al 1925) B, 1, 2, 5, 10, 25, 50, 100, 250, 500, 1000; il passaggio
ad una più moderna, razionale e standardizzata progressione matematica è di tre
anni dopo il debutto (1957 da #854001) B, 1, 2, 4, 8, 15, 30, 60, 125,
250, 500, 1000. Le MP e le M2 la hanno da sempre.
8)
MP Leicavit. Le M3 non hanno mai avuto la possibilità di
montare un Leicavit, ossia un motore (quantunque azionato a mano) per
l’avanzamento della pellicola in alternativa alla leva di carica. Era possibile
chiedere una modifica in fabbrica per consentire tale montaggio, ma appunto la
M3 doveva essere modificata su richiesta. Tale eventualità non è mai stata
introdotta di serie. Né la cosa può stupire perché, un ricco che fotografa ogni
tanto, non avverte alcun bisogno di appesantire la propria Leica con un motore.
Si tratta di un accessorio che interessa esclusivamente il fotografo
professionista. Le MP e le M2, hanno da sempre la facoltà nativa di accettare
il Leicavit. Questa possibilità è ciò che veramente distingue la MP dalla M3.
E’ una circostanza questa molto importante, perché esclude che la M2 sia una
evoluzione della M3; bensì che la MP e la M2 seguono una strada diversa
rispetto alla M3: esse sono destinate ai fotografi professionisti, gli unici
realmente interessati ad un motore. Questa, insieme alla versione SP della MP,
è la prova regina che la M2 è stata pensata per un pubblico diverso rispetto a
quello della M3.
9)
Anelli porta
cinghia triangolari. La M3
originaria li aveva triangolari, e successivamente tondi. La MP triangolari (ma
alcuni fotografi li fecero cambiare in tondi). La M2 solo tondi.
10)
profondità
di campo nel mirino. Le
prime M3 non avevano questa caratteristica, la quale venne introdotta
successivamente (1958 #919251). Essa era assente anche nella MP, ma l’assenza
era giustificata, in quanto essa venne introdotta successivamente. La M2 lo
aveva di serie sin dalla nascita (1957 #926001). I lettori attenti avranno
notato che qualcosa non torna: una M2 del 1957 ha numero di serie 926001,
mentre una M3 del 1958 ha numero di serie più basso: 919251. Dov’è l’errore?
Nessun errore, bensì una spiegazione semplice funzionale ad illustrare la tesi
qui descritta e pertanto meritevole di esposizione. Da sempre Leitz nutre una
passione per i numeri tondi. Già nel 1800, quando produceva esclusivamente
microscopi, Leitz regalava ( per motivi pubblicitari)un proprio prodotto avente
un numero di serie pieno, ad un esponente illustre dell’epoca (quasi sempre uno
scienziato tedesco). La prassi passò alle fotocamere ed in aggiunta, il debutto
di ogni nuovo modello, doveva coincidere con un numero di serie pieno. Il
numero di debutto di un nuovo modello, pertanto, veniva scelto in anticipo
rispetto alla produzione corrente, e combaciava con il numero pieno il cui
avvento sarebbe stato più vicino. Tuttavia, le esigenze di marketing, non
potevano ovviamente attendere che la produzione raggiungesse il numero pieno
fatidico: il nuovo prodotto doveva debuttare nel momento più opportuno
(solitamente in occasione della presentazione ad una importante fiera
espositiva). Nel caso della M2, il debutto con un seriale pieno (926001),
avvenne nel 1957, prima che la numerazione corrente raggiungesse tale livello.
Per l’esatto ordine cronologico, pertanto, occorre avere riguardo
esclusivamente alla data di fabbricazione, piuttosto che al numero di serie.
Questo dimostra che la profondità di campo visibile nel mirino fece il suo
debutto nella M2: la M3 seguì l’esempio, e la MP era già uscita di produzione.
Alcune MP ottennero tale caratteristica su richiesta dei proprietari.
11)
Levetta di
sgancio pellicola. La M3 e
la MP hanno una piccola leva, in alto, vicino al mirino, da spostare per
sganciare la pellicola e consentire il riavvolgimento della stessa. Le prime
M2, al posto della levetta, avevano un pulsante che doveva essere tenuto
premuto per tutta la operazione di riavvolgimento. Una piccola scomodità che
incontrò molte lamentele, tanto che Leitz, già nel 1959 (ossia dopo solo un
anno di produzione), tornò alla classica levetta (a partire da #970261) e non
la abbandonò mai più. L’adozione del pulsante di sblocco al posto della levetta
è spesso indicato come prova di volontà di risparmio sui costi nella M2. Un
risparmio risibile, vista la semplicità del meccanismo a levetta, il quale del
resto è stato presente in tutte le Leica a pellicola, anche nelle primissime
Leica a vite del 1925 e che venne abbandonato esclusivamente per i primi 21.441
pezzi delle prime M2. Si noti che gli altri produttori (Co ntax, Nikon)che non
si limitano a copiare pedissequamente Leica adottano tutti il pulsante di
sblocco: la levetta è caratteristica quasi esclusiva di Leica. Io ritengo che
il motivo della introduzione del pulsante al posto della levetta fosse diverso.
Nel 1958 Leitz aveva bisogno di distinguere il più possibile la nuova M2 che si
andava ad affiancare alla già presente sul mercato M3. Tutto quanto era
funzionale a distinguere i due modelli era ben accetto. Questo spiega
l’abbandono delle cornici in rilievo intorno ai tre mirini, l’abbandono del
tema in rilievo lungo il telemetro, l’assenza (iniziale) del self-timer ed il
passaggio dalla levetta al pulsante di sgancio pellicola. In effetti il
frontale della M3 appare troppo barocco, eccessivamente ricco di fronzoli e con
ben tre levette. Con la M2 si è scelta la strada opposta, minimalista: una sola
levetta e tutto più piatto e pulito. Tuttavia con la eliminazione della levetta
di sblocco, forse, si è ecceduto in minimalismo. C’è stato un eccesso di
spartano rigore. Dal punto di vista pratico il pulsante è leggermente scomodo,
ma ha il vantaggio che è impossibile dimenticare la leva in posizione “R”
quando si monta un nuovo rullino. Dal punto di vista estetico, a me sembra che
l’estremismo della soluzione con il pulsante, conferisca alla M2 un maggior
carattere.
12)
Film
remainder. A causa del
progresso tecnologico, e nello specifico dell’aumentata sensibilità delle
pellicole fotografiche, si è reso necessario modificare il remainder del tipo e
sensibilità delle pellicole che si trova inciso nella parte posteriore. La M3
ha tre diversi tipi 1) 6-200 ASA; 2) 4-1000 ASA; 3) 4-1300 ASA. La MP solo
4-1000 ASA. La M2 solo: 4-1000 ASA e 4-1300 ASA
CONCLUSIONI
Se
si tolgono gli occhiali del fanatismo e si guardano le cose per quello che
sono, è facile comprendere che Leitz, come tutti i produttori manifatturieri,
produce prodotti che sono richiesti dalla propria clientela.
Nello
specifico Leitz opera nel settore dell’ottica di precisione, più precisamente
nel vertice di tale settore, tanto che il suo marchio in campo fotografico
Leica è divenuto uno status symbol.
I
clienti Leica sono costituiti, pressochè esclusivamente, da due distinti
gruppi: i ricchi ed i fotografi professionisti.
I
ricchi
Anche
i ricchi, come la classe media e quella lavoratrice, ogni tanto prendono in
mano la propria macchina fotografica e scattano un rullo ai propri pupi, o in
vacanza, o al pranzo di Natale. La differenza è che il ricco, anche se prende
la fotocamera in mano tre volte l’anno, vuole avere la sensazione tattile,
uditiva, visiva, di maneggiare un oggetto di altissima qualità: al pari del
volante della sua Rolls, o un orologio o una penna. Per questo tipo di
clientela, la Leica M3 era veramente il massimo. Anzi era oltre il massimo,
perché un telemetro così luminoso, con tale ingrandimento, con tale eccezionale
base telemetria, tanto complesso, era veramente sprecato nelle mani di un ricco
dilettante fotografo. Le altre caratteristiche (il contapose ad azzeramento automatico
ed il double stroke)
erano assolutamente rispondenti alle esigenze di tale clientela. Anche le
limitazioni della M3 (impossibilità di montare il Leicavit ed assenza della
cornicetta da 35 mm) non erano avvertite come tali. Il motore è utile esclusivamente
a chi scatta decine di migliaia di foto all’anno; soprattutto se si pensa che
si trattava di un motore manuale e che l’alternativa di serie (la leva di
avanzamento pellicola) è sostanzialmente altrettanto efficiente e rapida.
Quanto alla vera limitazione (la inquadratura del 35 mm) occorre premettere una
considerazione. La stragrande maggioranza delle persone che si accosta per la
prima volta alla fotografia, vorrà una lente universale, e pertanto una lente
normale, che, per il formato 24x36 corrisponde al 50 mm. La stragrande
maggioranza di costoro non sentiranno mai il bisogno di avere un’altra lente,
anche se il loro corpo macchina consentirebbe l’uso di ottiche intercambiabili.
Quella stretta minoranza di fotografi che decide di andare oltre l’ottica
normale, acquisterà, come seconda lente, un telemetro, ossia una ottica più
lunga della normale. I motivi di questa scelta sono essenzialmente due: un
telemetro costa meno di un grandangolo; il telemetro è l’ottica tipica del
fotografo privo di esperienza, che ha imbarazzo ad avvicinarsi al soggetto, e
resta al sicuro, a distanza. Ovviamente questo non significa affatto che il
telemetro sia l’ottica del dilettante ed il grandangolo di professionista. Ci
sono campi della fotografia professionale (sport, natura) nei quali si possono
usare esclusivamente potenti teleobiettivi. Diciamo solo che il 135 mm buio (F
4) è la classica seconda lente acquistata dal principiante. Poiché il cliente
ricco e dilettante, è pur sempre un dilettante, non stupisce che la M3 avesse
come cornicette il 50, 90 e 135 mm. L’assenza della cornicetta grandangolare
non era avvertita minimamente come una limitazione per tale tipo di clientela.
I
ricchi sono più numerosi dei professionisti, hanno una maggiore potenzialità di
spesa rispetto a quelli, ma tale potenzialità non si concreta se non
nell’acquisto del solo corpo macchina. Il motivo è che il ricco non bada a
spese per l’acquisto di ciò che gli occorre; tuttavia, appunto, acquista solo
ciò che gli occorre, ossia il corpo macchina e la migliore lente normale. Non
acquisterà accessori (salvo l’esposimetro, il paraluce e qualche lente. Robetta
economica), né altre lenti.
Non
stupisce pertanto che la M3 sia stato il modello più venduto (i ricchi sono in
numero maggiore), malgrado fosse anche il più caro (i ricchi non badano a
spese). Tuttavia, considerando il il volume di fatturato complessivo intorno ad
una fotocamera (corpo macchina più accessori e lenti), la clientela ricca non
era quella che assicurava maggiori introiti alla Leitz.
I
professionisti.
Pur
inferiori per numero e per capacità di spesa, i fotografi professionisti sono
coloro che veramente assicurano la prosperità di un produttore di fotocamere.
I
professionisti hanno esigenze opposte rispetto ai dilettanti ricchi. Hanno bisogno
di fotocamere pratiche, affidabili, robuste, versatili e controllabili dal
fotografo, per rispondere alle applicazioni più disparate. I professionisti
hanno inoltre bisogno di molti accessori e di molte lenti. Poiché si tratta di
strumenti di lavoro, dai quali essi traggono il loro reddito, i professionisti
sono costretti a spendere, per la fotografia, una quantità di denaro
complessiva molto superiore rispetto al ricco dilettante. Proprio per questo il
professionista cerca di risparmiare sul singolo pezzo acquistato, sacrificando
ciò che non incide sulle proprie esigenze. Tipico è l’esempio l’autoscatto.
Accessorio utilizzato assai raramente, era impensabile che mancasse sulla M3
per la clientela ricca: il socio del club ne avrebbe vantato la presenza sulla
sua Contax IIa, con inaccettabile scorno del leicista. Diverso è il discorso
per il professionista: solitamente è un accessorio del quale non si sente la
necessita (per cui le MP ne erano prive, ma a volte è stato introdotto
successivamente su richiesta del proprietario) tuttavia il self-timer può
servire al professionista, non certo per gli autoritratti, bensì per l’uso dei
tempi molto lenti sul cavalletto. Questo spiega come mai nella M2 inizialmente
non era previsto, poi introdotto, poi opzionale.
Quanto
al telemetro, qui il discorso può essere molto breve.
Il
fotografo di azione, o di reportage, e comunque il fotoreporter in generale, ha
bisogno di raccontare una situazione reale. Ha pertanto la necessità di
catturare nel negativo un angolo più ampio rispetto a quello “normale” del 50
mm. Nella stampa del negativo le parti in eccesso, superflue, di disturbo, si
possono eliminare. Ciò che non si può fare è includere nel fotogramma un
elemento importante dopo lo scatto. Poiché non si può chiedere al poliziotto
che manganella il dimostrante, di “stringersi” un poco per entrare
nell’inquadratura, c’è bisogno di un’ottica che allarghi il campo visivo. Tale
ottica è il grandangolare 35 mm (per alcuni addirittura sarebbe insufficiente e
si dovrebbe arrivare al 28 mm). Questa esigenza di 35 mm non si avverte nelle
foto di gruppi in posa, di famiglia. Al contrario è avvertita in maniera vitale
quando si fotografa per necessità di lavoro, in situazioni “dinamiche”, nelle
quali i soggetti non sono disposti a mettersi in posa per il fotografo. Al
contempo è escluso che si possa fare un passo indietro per allargare
l’inquadratura; al contrario, occorre fare un passo avanti per non rendere la
foto banale, con faccine dei protagonisti piccole ed indistinguibili. In queste
occasioni, tagliare dalla inquadratura un elemento importante (mezza testa, un
braccio, una persona intera) è ciò che fa la differenza tra una foto che vende
ed una che non si vende.
Fedeli
alla massima, primum vivere, deinde filosofare, non stupisce che i fotografi professionisti
abbiano tutti, all’unisono, preteso un mirino grandangolare, montato di serie,
che coprisse la inquadratura del 35 mm. Le discussioni teologiche sulla base
telemetria nettamente inferiore, sulla minore accuratezza della messa a fuoco,
sulla inferiore luminosità, sul grado di ingrandimento (ovviamente) inferiore
se si vuole un mirino grandangolare; i professionisti le lasciano volentieri ai
dottori della chiesa di Wetzlar. I professionisti debbono pensare
esclusivamente al sodo, ossia portare a casa in primis la pellaccia, ed in secundis il pane.
Ecco
spiegato perché ben può concludersi che la M3 era la fotocamera preferita del
cliente Leica amatoriale ricco; mentre la M2 era fotocamera di chi usa la Leica
per lavoro.
La
M3 e M2 poterono coesistere per ben 11 anni perché si rivolgevano a due
clientele nettamente distinte, con esigenze diverse. Insieme hanno venduto un
numero di pezzi altissimo, mai più raggiunto dai modelli che le hanno seguite.
Quando nel 1966 fu abbandonata la produzione della M3, seguita a brevissimo dal
pensionamento della M2 (1967), la Leitz abbandono la politica del doppio
modello di punta, uno per i ricchi e l’altro per i professionisti. Ovviamente
furono sacrificati i più sacrificabili: i ricchi, ossia coloro che acquistavano
in baso al marchio status symbol
piuttosto che in base alle specifiche tecniche. La strada opposta
dell’abbandono del mirino 35 mm di serie per quello 50 mm era obiettivamente
impraticabile: avrebbe significato perdere tutta la clientela dei
professionisti, proprio nel momento in cui (1959) la nascente Nikon F (la prima
reflex veramente utilizzabile per la foto professionale) stava prendendo sempre
più piede. Nel volgere di pochi anni la Nikon F ha sterminato la concorrenza e
prodotto lo stesso effetto del napalm sul campo delle fotocamere a telemetro. I
numeri di Leitz si ridussero sensibilmente, gli altri operatori (Contax)
semplicemente sparirono. Non c’era più spazio per il lusso di due fotocamere a
telemetro top di gamma (una per i ricchi e l’altra per i professionisti), la M4
per professionisti non poteva avere una collega per i ricchi. Questo segnò la
estinzione del pur migliore telemetro .91X, il quale venne progettato,
realizzato e montato su una sola fotocamera: al Leica M3, la prima e l’unica,
stella solitaria che tale rimase.
Per la serie: "certo che Leitz ha fatto di tutto per buttare benzina sul fuoco", ecco un ottimo esempio di Pubblicità ingannevole ufficiale Leitz.
Scovate la grave "inesattezza" che compare in questa inserzione del 1958 (non c'è bisogno di conoscere il tedesco)
Soluzione: non solo la Leica M3 non ha assolutamente una cornice per il 35 mm, ma il suo mirino non è in grado di coprire quell'angolo. Il risultato può essere raggiunto solo aggiungendo gli "occhiali", ossia un accessorio opzionale da pagare a parte, per poter usare il Summaron o Summicron 35mm con la M3. E' ovvio che, se occorre comprare un accessorio a parte, è ingannevole far credere che la cornicetta 35 mm sia una caratteristica propria della M3.
Per la serie: "certo che Leitz ha fatto di tutto per buttare benzina sul fuoco", ecco un ottimo esempio di Pubblicità ingannevole ufficiale Leitz.
Scovate la grave "inesattezza" che compare in questa inserzione del 1958 (non c'è bisogno di conoscere il tedesco)
Soluzione: non solo la Leica M3 non ha assolutamente una cornice per il 35 mm, ma il suo mirino non è in grado di coprire quell'angolo. Il risultato può essere raggiunto solo aggiungendo gli "occhiali", ossia un accessorio opzionale da pagare a parte, per poter usare il Summaron o Summicron 35mm con la M3. E' ovvio che, se occorre comprare un accessorio a parte, è ingannevole far credere che la cornicetta 35 mm sia una caratteristica propria della M3.
(§) Esistono tre eccezioni a questa
affermazione: su richiesta di tre grandi fotografi, Leitz realizzò,
esclusivamente tre Leica M4 nere con telemetro M3. Esse furono consegnate a: 1)
Henrì Cartier-Bresson; 2) Raymond Depardon (Magnum); 3) Abbas Attar (Magnum),
quest’ultima con numero di serie 1.266.561 (anno 1970)
davvero notevole. GRazie
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